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MARIE ANTOINETTE

GenereBIOGRAFICO
DRAMMATICO
Anno2006
Duratam
PaeseUSA
Ispirato aROMANZO BIOGRAFICO OMONIMO DI ANTONIA FRASER
 
RegiaSOFIA COPPOLA
Attori
KIRSTEN DUNST
ASIA ARGENTO
JASON SCHWARTZMAN
RIP TORN
AURORE CLEMENT
JUDY DAVIS
MARIANNE FAITHFULL
TOM MEIGHAN
GUILLAUME GALLIENNE
SARAH ADLER
SOLENE BOUTON
JEAN-CHRISTOPHE BOUVET
FILIPPO BOZOTTI
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La Trama Autore: Hellionor
Diretto da Sofia Coppola, Marie Antoinette è la trasposizione cinematografica della vita di Maria Antonietta di Francia. Nel cast Kristen Dunst (Maria Antonietta), Jason Schwartzman (Luigi XVI), Asia Argento (Madame du Barry).
Terza fatica cinematografica della regista di “Lost in Traslation” e “Il giardino delle vergini suicide”, il film racconta la vita della regina francese dal suo arrivo a Versailles nel 1770 all’arresto, nel 1789. si fonda tutto su un particolare e fiabesco gioco di specchi fra gli anni ottanta e novanta e il XVIII secolo, fra costumi vistosi e fiabeschi (che sono valsi a Milena Cananero l’Academy Award), acconciature dai colori vivaci e musica rock che si alterna ad alcune fra le più celebri opere classiche del settecento. Grandissima delicatezza della regista, che già in altri lavori ha dimostrato grande sensibilità del trattare il tema della crescita e della difficoltà di affermarsi. Si alternano scene di pura poesia a ironiche caricature della nobiltà francese, a critiche appena accennate all’ipocrisia delle élite. Una rivisitazione in chiave moderna di una delle pagine più importanti della storia contemporanea, tutto dal punto di vista di questa adolescente alla corte di Versailles, in cui alla rivoluzione sono dedicati solo brevi accenni e pochissime scene finali, comunque di grande impatto emotivo.
Una splendida Kristen Dunst, che dà prova di grande capacità espressiva e che, spogliati i panni della fidanzatina d’America, commuove, incanta e affascina con il suo sguardo naturalmente malizioso e un’Asia Argento più torbida che mai che inquieta e fa risaltare la bellezza patinata della Versailles della fine del settecento.

 
Commenti inseriti: 1
Autore: HellionorRecensione e commento (versione lunga) - 02.02.2008
Marie Antoinette, film del 2006 diretto dalla "giovane" Sofia Coppola, alla sua terza fatica cinematografica, rientra del progetto della "costruzione del sè", un'affermazione identitaria propria della crescita e dell'adolescenza. Non per nulla, Marie Antoinette è la storia di "un'adolescente alla corte di Versailles" che, insieme a "Il giardino delle vergini Suicide" e "Lost in traslation" svela la fragilità dell'identità individuale in contesti poco rassicuranti e stimolanti, o addirittura frenanti e sconvolgenti, l'impossibilità di crescere e diventare, autonomamente, un individuo. Come ne "Le vergini suicide", la regista colloca la propria eroina in un ambiente chiuso, che tende all'isolamento, quasi a regimi esogamici, in cui crescere è opera di conformazione alla rigidissima etichetta studiata e architettata per trasformare le Chateau de Versailles in una bomboniera con le sbarre alle finestre, in cui rendere inoffensiva una pericolosa nobiltà feudale e mantenere e stabilire il regime monarchico assolutistico. E ritorna anche il tema dell'esotico, dello straniero, come in "Lost in traslation". Perchè Marie Antoine, poi conosciuta come Antoinette, è moglie rifiutata da un marito che non può consumare la coniugalità ed è regina straniera, rifiutata dalla xenofobia della corte e delle masse popolari, fomentate dalla fame e dagli intrighi di una nobiltà invidiosa e avida, che finirà inghiottita dalle proprie congiure.
Fin dal suo ingresso a Versailles, nella primavera del 1770, quando, appena quattordicenne, va in sposa al delfino di Francia, divenuto poi re nel 1774 con il nome di Luigi XVI, fino al suo arresto, avenuto il 6 ottobre 1789, Marie Antoinett è ritratta senza sosta nelle più svariate sfumature, interpretata magistralmente da una fresca Kristine Dunst, che si libera dall'etichetta lasciatale in eredità da Spiderman e sfodera una recitazione brillante, spontanea, vivace: non più fidanzatina d'America, indossa i panni di una regina maliziosa e disperata, di un'antieroina fallimentare. Molte delle critiche che sono state rivolte al film riguardano la poca aderenza ai fatti e presunti fatti che riguardano strettamente e principalmente il periodo rivoluzionario e le sommosse, essendo il film tutto teso allo studio psicologico dell'odiata regina francese; ma gli intenti della Coppola, lungi dall'essere storiografici, si collocano più che altro in un contesto allegorico, di rappresentazione del sè. La protagonista non è la storia, è la donna. La donna non si veste più delle metafore e delle immagini che il popolo le ha cucito addosso, ma viene riportata alla verità umana, alla quasi giustificazione delle debolezze. E' un'eroina che agisce per debolezza. E in questo notiamo una, anzi, molto più accurata analisi storiografica del personaggio, molto più significativa, considerato lo sfonzo di staccare il film dagli standard del film storico e in costume. Marie Antoinette si arricchisce di aneddoti e rappresentazioni poco comuni nella misura in cui sono viste come irrilevanti per la comprensione dei fatti storici, ma che, nel contesto di un'analisi psicologica mirata, assumono un ruolo centrale. Piccoli dettagli, che pochi conoscono, che pochi considerano perchè rivestono di una luce nuova gli anni della Revolution. Sofia Coppola fa negare alla giovane sovrana la frase che la rese tristemente celebre agli storici (Se non hanno pane, che mangino brioche) e che, nella realtà, è stata attribuita prima che a lei a Caterina de'Medici e poi, di seguito, a tutte le principesse francesi.
Marie Antoinette oscilla dalla delicatezza alla fragilità, alla vivacità, alla frivolezza così tipiche della corte di Versailles come delle confraternite femminili americane, seguita a ruota da una molto versatile Dunst, e la seguiamo della trasformazione spicologia che la conduce per mano dall'essere una ragazzina inesperta che annega nelle folli spese e nelle feste i dispiaceri, all'essere madre amorevole e moglie devota, regina responsabile, quando ormai la storia trama contro di lei e non ha voluto aspettare che fosse effettivamente in grado di regnare. E come lei, il marito, Luigi XVI, interpretato da un impacciato Jason Francesco Schwartzman, commovente e patetico, un re devoto alla propria moglie ma incapace di soddisfare le sue come le del regno aspettative. E' un'immagine che intenerisce e Marie Antoinette stessa, in una delle scene iniziali, ci consegna la chiave di lettura per capire questo re tanto incapace da regnare ma così amato da un popolo che fino alla fine lo chiama "il brav'uomo", riservando l'odio e il rancore tutto all'Austriaca, alla sua indegna sposa, dicendo del suo ritratto "Ha gli occhi buoni". Un uomo semplice, cui solo la morte del padre e dei fratelli maggiori sono valsi il trono. Ritroviamo anche una nuda e cruda Asia Argento, Madame du Barry, la volgare costigiana di Luigi XIII, passata alla storia come una scalatrice sociale e un'arrivista, che la Argento incarna perfettamente e forse inasprisce, complici i suoi naturali e torbidi occhi e la durezza dei tratti.
Anche in questo film, come ne "Le vergini suicide" Sofia Coppola opta per una regia fatta di scene brevi di vita quotidiana, momenti che sembrano rubati al segreto delle stanze della regina e dei prati su cui si muove, figura esile e leggera, via via più malinconica, man mano che si inaspriscono i rapporti con la corte e che anche lei, come una poco conosciuta Elisabetta d'Austria e una molto emblematica schiera di principesse storiche, figure straniere per nazionalità e psicologia, cominciando con Soraya Esfandiari Bakhtiari e finendo con Lady Diana, si chiude in piccoli circoli esclusivi, dedicandosi a giocare alla contadinella, cosa che le costerà cara al momento dell'arresto, e alla cura instancabile dei figli, due dei quali moriranno giovanissimi, e attirandosi le antipatie del più accesi sostenitori della monarchia e le congiure della nobiltà parigina. Con le scene, che verso la fine si fanno più drammatiche e lente, più sfumate e delicate, cambia la colonna sonora e cambiano gli sfondi. I dialoghi si fanno più rari, più brevi, più concisi, tutto si gioca sugli sguardi e sui contrasti, tra le scene di georgico amore fra la regina e il conte Fersen, l'unica e appassionata storia d'amore storicamente accertata e che la regina si sia concessa in 19 anni di matrimonio, l'unica che abbia avuto un significato per una donna costantemente inseguita dal rifiuto, del marito prima e della corte poi e della perdita assoluta del ruolo e della vita. Fra l'euforia di un amore giovanile per un uomo, Fersen, che resterà accanto alla regina e sarà l'unico fra i suoi più intimi ed affezionati amici, più ancora della contessa di Polignac, che nelle sue memorie ne descriverà la dolcezza e la tenerezza, la generosità, forse più in uno spirito dipartistico e giustificatorio, che tenterà di sottrarla alla prigionia e alla ghigliottina, senza tuttavia riuscirci e la solitudine di passeggiate fra i campi. Fra le scene spassose ed esaltanti della parte centrale del film, cui non si può non dedicare un sorriso e le urla delle masse inferocite che la invocano, fuori dalle mura della reggia. E la scena più bella, tra le scene più dolci e commoventi di tutto il film, l'inchino che Marie Antoinette rivolge alla massa che la invoca per ucciderla e che manifesta, in tutto il suo splendore, l'inadeguatezza di due sovrani troppo giovani per regnare e troppo inesperti per capire davvero la storia che stavano vivendo, l'inutilità di qualsiasi tentativo di soluzione.
Il film è tutto proteso verso la rinuncia degli stereotipi rassicuranti e così amati dai critici di film in costume assolutamente fedeli all'originale storico, nonostante sia più verosimile e vicino al pubblico di quanto non lo siano kolossal di maggiore rilievo. E' un film coinvolgente, proprio perchè vicino. Il pubblico si affeziona a questa ragazzina e poi donna così debole e così umana, così appassionante, che ha fatto innamorare di sè gli uomini e gli studiosi di tutte le epoche successive ai tragici fatti della Revolution, che ha fatto inorridire con la propria sciagura di donna svilita e consumata dalla furia delle masse e di madre accusata di incesto, alla quale vengono strappati i figli, dalla malattia e dalla "giustizia popolare" (il delfino, sottratto alla madre, sarà costretto a denunciarla per stupro e lasciato morire di stenti due anni dopo l'uccisione del re). Dalla sua sorte di reale capro espiatorio. Sono colori fantasiosi che abbagliano quelli degli abiti disegnati da Milena Canonero (e che le sono valsi un Academy Award) , che ricordano le caramelle, i dolci, le fantasie, la spensieratezza di colori tanto amati dalle teenagers, abbaglianti le acconciature e le danze, esilaranti i sorrisi, i momenti di euforia, di ragazzi che guardano sorgere il sole, come un gruppo qualunque di diciottenni del nostro secolo, di forzature e ironiche caricature dello stereotipo dell'uomo francese, un po' frivolo ed effeminato e delle donne pettegole e maligne (ma è davvero solo della Francia?), degli eccessi della corte così simili a quelli di una rock band o di una spensierata élite, dei modi di pensare e delle mode di Versailles, che a me ricordano piccole mode infantili dela mia generazione, quella della fine degli anni ottanta (le amiche del cuore, le fantasie, i giochi, le malizie). Ci si serve di musiche scelte per creare questo effetto a "gioco di specchi", fra il Settecento e il Novecento. Si alternano a scene di assoluto silenzio, di vuoto, di stupore e ostilità di un ingresso drammatico alla corte francese, canzoni rock degli anni ottanta dei The Strokes, The Cure, the Bow Wow Wow e brani di grande delicatezza di Aphex Twin e Dustin O'Halloran, al pianoforte, sfumati in piani e pianissimi. A opere classiche al clavicembalo o in orchestra di Rameau e Scarlatti, si oppongono i ritmi incalzanti di brani come What Ever Hapened e I Want Candy, alle melodie calde di Full Rush It, alle converse gettate in terra in una scena centrale, ai richiami ai colori brillanti degli anni ottanta e settanta, in acconciature molto settecentesche e molto rock band. E alla bellezza di un film incalzante dalla prima scena fino alla fine è messa dinanzi il brano tratto dal Castor et Pollux di Rameau, "Tristes Apprets, petite flambeaux...", le immagini frammentarie e la storia narrata da un quadro, a dimostrarci come sia semplice e per nulla scontato racontare la storia parlando di una vita, aprendo una finestra sul mondo creando fessure e ponti fra presente e passato. Come sia bello abbandonarsi ad un film non impegnativo curato senza sosta per darci, semplicemente, un nuovo ritratto dolce e delicato di una figura che non conosciamo davvero del tutto.

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